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Cap. II

 

                           PERICOLI D’ALTO MARE

 

    

  

       Non erano trascorsi più di tre giorni da quando

"l'Esperanza" aveva lasciato il porto di Venezia.  Raggiunta

 la sponda istriana tagliando in diagonale l'alto Adriatico,

il brigantino aveva doppiato sul far della sera Capo

Promontore, a sud di Pola, per superare di seguito il

Quarnaro, fino ad incrociare allo spuntare di un nuovo giorno

una miriade di isole, piccole e grandi, che per l'intrinseca

bellezza si sarebbero dette disegnate da una mano d'artista.

    

       A partire dal secondo giorno di

 navigazione si presentò davanti agli incantati viaggiatori uno stupendo scenario che si snodava a

perdita d'occhio per l'intera lunghezza della Dalmazia.

     Poco a sud di Cherso, il brigantino incontrò un fresco

 venticello che soffiava gagliardo da nord-ovest; gonfiando le

vele tese a pieno carico, lo scafo scivolava leggero, tagliando in due le onde schiumose che si

levavano sulla superficie d’acqua lievemente increspata.  Qua e là

nuvolette passeggere punteggiavano il cielo terso.

    

      Per un lungo tratto la navigazione procedette nella più

perfetta regolarità, favorita dal bel tempo.  Saranno state

all'incirca la prime ore del pomeriggio e nulla sembrava

 turbare il placido navigare della nave su acque calme e

 tranquille.  I marinai si erano da poco radunati in

prossimità della zona prodiera e, sdraiatisi su teli di

 ruvido cotone, dormivano beatamente.  Per un certo tempo, che

non aveva una regola fissa, ma che veniva calcolato

approssimativamente, valeva per tutti l'assoluto divieto di

disturbarli.  A confermare che, in barba alle denunce dei

capi equipaggio che lamentavano una perdita d'autorità,

il diritto maturato da lungo tempo al supplementare riposo era entrato a far parte

delle consuetudini consolidate dalla ripetibilità. Nell’atto si tirarsi sulla faccia i lembi dei

teli onde ripararsi dalla luce del sole, dichiaravano:

    

       <E adesso, guai a chi si muove!

>.   

       Infatti, quella del dormire nelle prime ore del

pomeriggio era diventata una regola fissa, generalmente

 interpretata come un premio straordinario concesso dal

comandante della nave, non si arrivò mai a sapere il perchè, in un momento di sua

 particolare generosità.  Col passare del tempo la

consuetudine era andata confermando al punto che, per

 debolezza o forse per pigrizia, nessuno ebbe mai l'ardire

 o il potere di revocare; per questo, ogni qual volta la campana

 di bordo suonava per annunciare l'inizio dell'ora della

siesta pomeridiana, contemporaneamente scattava per la parte

 di marinai comunemente chiamata "la bassa forza", quel turno

 supplementare di riposo. Senza attendere il permesso, quasi

 temessero, esitando, di perdere lo strano privilegio privo di riscontri in tutta la marina veneta, si gettavano

bocconi sul ponte, e avanti che a qualcuno venisse in mente

 di richiamarli, già ronfavano saporitamente.

    

      I viaggiatori invece, da parte loro  erano rimasti per tutta la giornata

chiusi nei rispettivi alloggi; non si mossero nemmeno quando

 gli sguatteri vennero a portar via le stoviglie sporche con

gli avanzi del pranzo di mezzogiorno.  Centellinando l'amaro

 caffé passato dalla cucina, se ne stavano comodamente

 sdraiati sulle cuccette.

   

      <Facciamoci un bel sonnellino!>, avevano detto

al momento di distendersi.

   

      <Come? oggi non escono?>, interrogarono

impacciati gli sguatteri, vedendo i viaggiatori che si

 stavano spogliando.

    

      <No!  Preferiamo restarcene in santa pace!>, fu la

seccata risposta che ebbero dagli interpellati.

        

      < Ma come? Davvero non vogliono uscire a prendere una

boccata d'aria?>, insistettero gli sguatteri.

       

      Di nuovo lo sguardo dei viaggiatori si era

fatto severo.

    

      <Ma, la natura?  le belle vedute?  Il mare?>, rammentarono gli sguatteri, ai quali pareva impossibile mostrare tanta insensibilità per le bellezze della natura.

    

      <E che ci importa?>, tagliarono corto i viaggiatori, dichiaratamente intenzionati a non subire ulteriori pressioni. <Mica ci siamo imbarcati per fare

indigestione di picchi sprofondanti nel mare o della vista di marine

 disabitate!>.

     Il piacere di godersi i meravigliosi panorami che si

stagliavano all'orizzonte e di ammirare lo splendore di isole e scogli affioranti come

 turchesi nell’azzurro del mare ritenevano di averlo già abbondantemente soddisfatto. Per tacitare

l'incredulità degli sguatteri, replicarono:

  

       <Tre giorni di navigazione bastano e avanzano!

>. 

       <Per quanto ci riguarda, non è rimasto nient'altro che

meriti d’essere osservato>, aggiunse un viaggiatore più generoso.

    

        Vigili al governo della nave il comandante aveva

lasciato due fidati subalterni: il nostromo, incollato alla

ruota del timone, e la vedetta, appollaiata sull'albero di

 maestra.

  

        Il brigantino si apprestava a superare l'ennesimo

 isolotto disabitato, coperto di sassi, attraverso le cui

 spaccature spuntavano radi arbusti di salvia a biancospino.

 A contorno dell'isolotto, spuntavano massi giganteschi corrosi da millenni

 di interperie, che  specchiavano le punte tornite sulla superficie

trasparente d'acqua, mentre l'azzurro vivo del cielo,

riflesso in lontananza, sembrava la continuazione lievemente

sfumata del blù intenso del gigantesco specchio di mare.

     Finché non venne a noia di rimirare gli stessi panorami,

 l'impatto di ogni mattino con tale spettacolare esibizione aveva

suscitato entusiastiche acclamazioni, ripetute al limite

dell'esagerazione. Tutti si erano sentiti portati ad effondere la propria ammirazione in sperticate manifestazioni d’ammirazione. Per non sfigurare o

 essere scambiati per persone grossolane, mancanti di

 sensibilità, persino i più retrivi in fatto di cultura e belle maniere non  osavano

 negare il proprio consenso al coro sperticato

 delle lodi.  Ma spentisi gli iniziali entusiasmi, il numero

dei plaudenti era andato col passare dei giorni assottigliandosi,

fino a toccare il massimo della rarefazione.  Di tanto in

tanto qualche solitario, non avendo capito che la sceneggiata era finita, tornava sul ponte a decantare la bellezza

sconfinata di quelle vedute.

   “Di fronte a un simile spettacolo di

maestosa grazia non è possibile restare indifferenti”, recitava in solitudine.  “Davvero, ci si sente librare

nell'aria come farfalle!”

    

      Spesso capitava che qualcuno che aveva nel proprio curiculum la frequentazione di scuole  di un certo grado si

trovasse a passeggiare nelle vicinanze.  A sentir declamare con squisito garbo i forbiti monologhi, il casuale spettatore

veniva colto a sua volta da un irresistibile desiderio d’

imitazione.

Se però sapeva di non possedere, come sovente

capitava, il linguaggio forbito di un poeta, necessario a stare

 all'altezza dell'ispirato prosatore, sceglieva per convenienza  di assistere in silenzio.   Per ripagarsi

dell'occasione mancata, sostituiva la mancata partecipazione con

un florilegio di inchini e riverenze.

     

       <Ha detto giusto, sua signoria: librare nell'aria!>, al più si concedeva di rimarcare.

    

       Nel caso invece, del resto molto raro, che ad ascoltare l’anonimo cantore

fosse stato un appassionato cultore delle arti letterarie, provvisto di adeguato animo romantico, allora si assisteva al formarsi spontaneo di un

duetto ostentatamente impegnato in  una

declamatoria dall'intonazione retorica:

   

       <In presenza di queste stupefacenti visioni,  il cuore si apre a nobili sentimenti e la fantasia chiama

 a profonde meditazioni!>,  ripeteva come tocco

personale l'ultimo aggiuntosi al coretto.

     Le sdolcinate adulazioni talvolta raggiungevano

 un'intensità da livelli di fibrillazione, che esautoravano le capacità di concentrazione indispensabili a non cadere nel

 ridicolo. Gli estroversi duetti e monologhi finivano in

questi casi col mandare in corto circuito gli autori.  Ma non

 sempre arrivavano  a questi estremi: il timore delle brutte

 figure obbligava i provvisti di uno scampolo di ritegno a tirarsi fuori dalla singolare

rappresentazione, prima che degenerasse in un discorde

chiocciare di galline.  Ravvedutosi in tempo,  l’esibizionista aggiuntosi per caso si scostava dall'intrepido duetto per non sfidare il pubblico dileggio, e

perché non venissero fatte confusioni, si accontentava di tributare da

opportuna distanza il proprio assenso con scuotimenti del

 capo e ripetendo all'infinito:

     

      <Oh!  Sì, sì: certo; ma sicuro, perbacco!>.

    

      Di solito, queste sceneggiate duravano pochi minuti e

avvenivano durante le prime giornate di viaggio, perché,

 dopo una fase iniziale,  le recite finivano con lo stancare, cosicché tutto rifluiva

nella normalità.

     Quando si dice che inizialmente tutti restavano colpiti dalle incantevoli vedute che si

 avvicendavano in un'interminabile sfilata, non si deve

intendere proprio tutti. L'affermazione non va presa

 alla lettera: in dosi e combinazioni variegate non mancava mai a distinguersi in senso critico un'eccezione; e chi

poteva mai essere costui se non il solito irascibile,

dispettoso, malefico nostromo?

     Per la verità, anche lui, sollecitato a pronunciarsi su

i fenomeni della natura a cui aveva avuto più di un’occasione di assistere, provò una volta ad

immedesimarsi in quello che i colleghi chiamavano un

’affascinante spettacolo d'armonia e di bellezza, ma dopo quel primo ed unico tentativo andato a vuoto si trincerò nelle sue consolidate convinzioni: per lui, eterno

scontento, refrattario a qualsiasi stimolo, nevrotico per

eccellenza, tutto quell'esagerato sbracarsi per quattro nudi

scogli, al massimo poteva divertirlo, non di certo smuoverlo

 dalla sua apatica indifferenza.

    

       <Mm... Ehm! Ehm... mm! - mugugnava quando, messo alle

 strette, veniva sottoposto a critiche che avrebbero fatto arrossire il più incallito strafottente. E se per ventura riusciva a sottrarsi alle frecciate scagliategli direttamente in faccia dai suoi

 denigratori,  ciò nonostante persisteva a non demordere dall’ottuso atteggiamento assunto, anche quando il cumulo di male parole sorbite gli  rimbombava a lungo in testa da fargli venire il capogiro.  Ancora adesso che impugnava la

ruota del timone se n'era ricordato. Ma

 impertubabile come sempre, si accinse per l’ennesima volta ad attraversare quella miriade di isole di sogno con la stessa

insensibilità con cui un plantigrade attraversa un prato

 fiorito, nel mese di maggio, quando le cicale cantano le loro

canzoni d'amore e la natura completa il ricamo del suo più

superbo capolavoro. Su ogni altro sentimento persisteva a

 prevalere in lui l'asprezza del carattere e l'animo vuoto.  Incapace di frenarsi, nulla gli avrebbe fatto cambiare idea e distolto dal giudizio annoiato che si era formato sul conto dei panorami esaltati dai colleghi e che da parte sua considerava non più di una fastidiosa

seccatura.

    

        "Per conto mio, questi stupidi scogli, che lor signori vanno ripetendo di trovare squisitamente

 belli, non sono altro che sciocchi capricci

di una natura bizzosa. Invece di sdilinquirsi, farebbero

meglio a riflettere sulle insidie mortali che possono celare nei

bassi fondali!", borbottava tra sé, volendo ripagarsi dei rimproveri troppo acerbi e ingiustificati, a parer suo, per essere sopportati. Sistematicamente, come ad

ogni viaggio tornava ad incontrarsi con le

identiche scene e gli stessi rimbrotti, che a furia di sentirli ripetere aveva finito col detestare, non si capacitava che gli altri

potessero intravedere in quel frastaglio incoerente di terre

emerse un qualcosa di speciale.

     Per rifarsi dell'accusa di grossolana ignoranza che in

particolare quel giorno aveva dovuto assorbire, si lasciò

sfuggire da sopra la ruota del timone un lungo sbadiglio,

sguaiato e volgare, seguito da un paio di sbuffi, che

ponevano termine alla laboriosa digestione del cibo

avidamente ingoiato durante il pranzo.  Sulla plancia

deserta, lontano da quell'ubriacone del comandante e da tutte

le sue insopportabili querimonie, si sapeva al riparo da

 sguardi indiscreti, tanto da potersi sfogare senza ritegno.

    

     "Del resto, di che cosa mi dovrei preocupare?", si

chiese per soprammercato, con l'aria più innocente.  E

infatti, a ben pensarci, che cosa c'era di strano se le sue

vedute non collimavano con quelle della maggioranza? Per

 conto suo sarebbe andato avanti con quella musica fatta di

rutti e  sbuffi fino al termine del turno di guardia assegnatogli,

se i suoi occhi semiassonnati non fossero stati attratti in

 quel preciso istante dall’apparire di uno strano naviglio,

più simile a una grossa barca che a una vera nave. L'insolito

naviglio era sbucato  da dietro la punta di un promontorio

coperto da un bosco di conifere. Le piante avevano qui potuto

attecchire e svilupparsi perché quella parte dell'isola si

trovava in una posizione riparata dalle forti correnti d'aria

 fredda di levante.

   

      La barca si presentò improvvisa, di traverso: con la

linea affusolata e i bordi bassi avanzava a forte andatura,

 sfruttando il vento di tribordo per mezzo di una solida vela

quadrata piazzata nel centro dello scafo.

     Lì per lì, davanti alla straordinaria apparizione, il nostromo era

rimasto a bocca aperta come un allocco; incapace di proferire

parola o di fare un minimo gesto, aveva notato sulla barca

 una dozzina di uomini dal duro cipiglio, armati fino ai denti

e, benché dentro si sé si sentisse rivoltare sossopra come un

mulino, l'unica cosa che gli riuscì di fare in quel momento fu di

 aggrapparsi saldamente alla ruota del timone.

     Lo sconcerto che lo attanagliava si prolungù fin tanto

 che gli inceppati ingranaggi del suo labile cervello non

 furono in grado di sboccarsi da soli. Quasi fosse rimasto

stregato, non cessava di fissare gli individui dall'aspetto

truce a bordo della barca e nei quali, per quanto sforzasse

 la memoria, non riuscì ad identificare nessuna delle divise

 militari degli stati marinareschi dell'epoca.

   

      <Madonna Santa!>, furono le prime parole che a fatica

riuscì a pronunciare, non appena la sua mascella si fu

 liberata dalla specie di paralisi che l’aveva colpita.

      Intanto,

immediatamente dietro la prima barca, ne spuntarono,

sempre dalla stessa direzione, altre quattro simili in tutto

e per tutto alla precedente e con a bordo suppergiù

l'identico tipo di equipaggio.

       

      Nella mente del nostrono, che aveva appena incominciato

 a riaversi, riprese allora forma il terribile sospetto già

ricacciato al primo insorgere, quando, dibattuto

 in un groviglio di sensazioni fatte di desideri e di rifiuti

inconsci, si era sentito bloccare al punto di aver bisogno di

 alcuni minuti per riprendere fiato e finire di calmarsi.

  Intanto che lentamente andava maturando l'esplosivo

 annuncio che tra poco avrebbe dato, pure la vedetta, sdraiata

sulla coffa, continuava a non dar segni di vita. Anch'essa,

bloccata dallo stupore per quanto aveva visto, si era

scordata di dare l'allarme.

    

       Naturalmente, anche per gli equipaggi delle cinque

 barche la sorpresa di trovarsi il percorso tagliato dal

brigantino doveva essere stata non indifferente dal momento

che, avanti ad iniziare una qualsiasi manovra,

procedettero dritto, col rischio di ritrovarsi la prua

 dell'"Esperanza" incastrata in una fiancata.

   

       Sia dal brigantino che dalle barche partirono ad un

tratto grida concitate.

     Con voce strozzata il nostromo riuscì a buttar fuori

l'urlo selvaggio che lo soffocava.

    

       <Navi... no, barche a prora. Pirati!>,  gridò,

sottolineando con un impercettibile gemito il sinistro

annuncio.

    

      L'allarme lanciato dal nostromo con voce sofferente,

fece scattare in piedi  i marinai intenti a dormire.

Sbiancando in volto, questi si misero a tremare come foglie;

a vederli, si sarebbero detti morsi una serpe velenosa.  La

 petulante baldanza che, quale conseguenza della rilassata

disciplina ne contrassegnava il portamento, si era in quei

 pochi istanti dissolta come per incanto; tutto ad un tratto fu

come se una diabolica stregoneria si fosse abbattuta su di

loro: simili ad irrequieti animaletti, dalle movenze ridicole

 e buffonesche, avevano preso ad agitarsi scompostamente:

alcuni si erano messi a correre, chi a destra, chi a

sinistra, provocando un parapiglia indescrivibile.

     Era bastato il grido del nostromo perché sul brigantino

 si scatenasse una bolgia talmente infernale da far dubitare

di trovarsi in presenza di rudi marinai avvezzi ad affrontare

con calma e compostezza i pericoli; l'impressione era

 piuttosto di trovarsi di fronte a una sprovveduta

 nidiata di topi sgambettanti, presi in trappola,

 disperatamente alla ricerca di un inesistente spiraglio di

salvezza.

   Un marinaio scavalcò con un piede il parapetto, come se

 intendesse gettarsi in mare. Non sapendo se far bene,

all'ultimo, afferratosi alle sartie, andò avanti a ripetere

senza interrompersi: 

      <Oh!  Oh!  Oh! Oh!>.

     In questa buffa posizione rimase a lungo penzolante,

indeciso se buttarsi o restare sulla nave.

    

      Alle grida dei marinai si aggiunsero di seguito le urla

scomposte dei passeggeri.  Usciti con sbattere di porte dalle

 cabine, sollecitavano chiarimenti,

benché fosse davanti a tutti che cosa stava succedendo.

    

       <Siamo attaccati dai pirati uscocchi!>, si premunì

di spiegare  un ufficiale di bordo, pallido come la morte.

     Alle sconsolate parole dell'ufficiale, i più anziani

scoppiarono in lacrime.  La moglie dell'impiegato del

 consorzio emise strilli acuti, da isterica, intercalati da

 invocazioni deliranti: una babele di nomi di santi e

 taumaturghi non fu mai chiamata in causa con altrettanto

fervore. Le bambine tiravano freneticamente la madre per la

sottana, nelle cui pieghe avevano affondato i volti segnati

 da un pianto disperato.

     Nel bel mezzo del trambusto apparve placido, come se il

 caso non lo riguardasse, il comandante del brigantino.  Dalla

sua calma serafica si capiva che non doveva ancora essersi

reso conto di che cosa stesse accadendo. Con fare

 interrogativo, gettava occhiate a dritta e a manca, alla

ricerca di una ragione di tutta quella baraonda.

 Casualmente, gli capità di volgere lo sguardo in direzione

 della prua del brigantino e fu allora che, inchiodato dallo spettacolo che

 si parava davanti ai suoi occhi, si sentì trasmettere una

scossa tremenda, che gli si ripercosse in tutto il corpo,

 fino a raggiungere, sotto forma di segnali convulsi, i centri

più oculti del cervello.

     Le gambe gli tremavano al punto che le ginocchia stavano

per piegarsi. Sembrava a un passo dal gettarsi sul tavolato e, se

non fosse stato certo di fare un'indecorosa figura, si

 sarebbe senz'altro messo a supplicare pur di togliersi davanti la

vista delle famigerate barche. Ma, purtroppo, quelle non erano

un sogno, una visione irreale per cui bastasse una sbattuta

di palpebre o strapparsi i capelli per farle sparire.

  Sull'esempio di chi gli stava intorno, il comandante

afferrò al volo che con tutto il suo smaniare, gemere e

balbettare a vanvera non avrebbe cavato un ragno dal buco.  Ad

imitazione degli scalmanati che lo attorniavano, si era provato pure lui a gridare qualcosa, ma dalla bocca gli

 uscirono soltanto suoni indecifrabili, simili un

 rantolio prolungato.

      

      In mezzo a quell'orda di esagitati l'unico che, passato

il primo momento di sbalordimento, conservasse un minimo di

compostezza, era rimasto il nostromo: confortato dalla

presenza del superiore, si permetteva di sfoggiare

un'apparentemente calma, tanto che ad un certo punto non gli

parve vero di potersi scaricare dell'ingrato compito di

governare la nave.

     "Chi più del mio comandante è tenuto a provvedere?", si

scusò con se stesso, quasi commiserandosi.  Non esitò infatti

a mollare la ruota del timone che, abbandonata al suo destino, prese a muoversi per conto proprio, scompostamente.

      Sotto l’eccitazione dei contraccolpi del timone, contemporaneamente il

brigantino iniziò ad ondeggiare in maniera paurosa.

     I marinai e i passeggeri che, frattanto, si erano

stancati di rincorrersi senza costrutto, alla vista del

comandante non esitarono a precipitarsi nella sua direzione,

 quasi si aspettassero da lui chissà quale miracolo.

  Ma, disgraziatamente, dal comandante c'era poco da

 aspettarsi: era già lui in difficoltà a trarsi d'impaccio da

sé medesimo, immaginarsi di quanto poco aiuto poteva essere

 per gli altri. Ad ogni buon conto, avanti che la situazione

precipitasse nel caos più completo, il comandante si sentì in

dovere di fare uno sforzo perché il governo della nave passasse

 sotto il suo controllo.  La vista della ruota del

timore che si spostava avanti e indietro senza fermarsi e il

rumore che faceva un barile, rotolando e rimbalzando sotto la

 spinta degli scossoni inferti dagli ondeggiamenti del brigantino, avevano risvegliato

come per incanto la mente frastornata del comandante, richiamandolo ai doveri che si è in diritto di aspettarsi da un vero

uomo di mare.  Ciò fu sufficiente a fargli recuperare la

forza necessaria a pronunciare le prime parole intelligibili:

      

       <Riprendi il timore, bestia! - urlò dietro al nostromo,

 ma questi fece finta di non aver udito, e se la svignò

senza voltarsi, diretto verso il suo alloggio sotto coperta.

    

       Lasciato solo con quella tremenda responsabilità sulle

spalle, il comandante non poté far altro che

 sprofondare nella più totale confusione. Dapprima scaricò

una valanga di improperi contro l'inettitudine  dei suoi subordinati, poi, con un supplemento di

insulti e maledizioni, dette libero sfogo alla sua rabbia scagliando parole di fuoco;  infine, non sapendo a cos'altro appigliarsi, si

 rassegnò a fare lui quello che avrebbe dovuto fare il suo

secondo: afferrata con stizza la ruota del timone le impresse

una brusca sterzata.  Purtroppo, la manovra gli riuscì in

modo talmente maldestro che un raggio della ruota lo colpì in

 pieno sulla punta del dito medio, tra la carne e l'unghia.

    

        <Ahi! Ahi! Accidentaccio infame!>, imprecò.

  Facendo seguire una sequela di feroci bestemmie, dette

 un secondo strappo alla ruota, riuscendo in questo modo a

 farle fare un altro mezzo giro, intanto che teneva il dito

 ferito sollevato.

    

       Al brusco comando del timone lo scafo del brigantino aveva

risposto con una secca virata; spostatosi di babordo, per un

 soffio evitò di cozzare contro una delle barche, poi girò ancora

 un mezzo quarto e velocemente si diresse su un'isola di

 fronte.  Quando sembrava che più niente potesse

fermarlo, il

rumore di uno schianto terrificante squarciò l'aria.  Uomini

e cose finirono sossopra, ammucchiati alla rinfusa.

     Dal punto in cui le barche sostavano, si poteva

distinguere in tutta la sua complessità la forma del

brigantino incagliato.  Stando alla posizione assunta, dava l’impressione di aver

infilato uno sperone di roccia sporgente poco sotto il pelo

 dell'acqua perché, nell'urto, non si capovolse, ma rimase

fermo, immobile, come un pollastro infilzato nello spiedo.

    

      Intanto che il brigantino finiva di sbattere sugli scogli dell’'isola,

i marinai sparsi sul ponte terminavano di ruzzolare.

 Imprecando e insultandosi a vicenda si rialzarono

 aiutandosi sulle spalle del vicino a cui si appoggiavano o aggrappandosi ai

 calzoni chi si trovava a portata di mano.  Data una

 frettolosa scorsa in giro, si resero conto che, purtroppo,

ogni via di scampo era preclusa, per cui non restava per loro

 altro da fare che attendere rassegnati il seguito degli

avvenimenti.

  

     Nel frattempo, dalle barche, qualcuno si premurava di

impartire l'ordine di ripiegare le vele, ordine che veniva

prontamente eseguito nel tempo stesso che le barche, per forza

d'inerzia, terminavano di completare un piccolo giro sullo

specchio d'acqua antistante e buona parte degli occupanti

erano riti, in piedi, a seguire le evoluzioni dello

 sfortunato brigantino. Vistolo infrangersi contro la

scogliera nel modo ridicolo che si è detto, non poterono

trattanere un "Ooooh!" di meraviglia.  Poi, tutti 

insieme, dato di piglio ai remi, diressero a forza di braccia

 le barche su quello che ormai poteva considerarsi null'altro

 che un inoffensivo relitto.

    

      Chiamare il seguito "un abbordaggio in piena regola"

sarebbe la conclusione più ovvia, tanto le operazioni si

svolsero con ordine e sincronismo, quasi che invece di un

vero assalto si fosse trattato di una delle tante

 esercitazioni fissate in precedenza nei particolari,

ma che poi, nella realtà, non si svolgono mai così come

 preordinate.

    

      Dal brigantino non giungeva alcun suono, né erano visibili movimenti che facessero presagire dei preparativi

 a resistere. Uno della barca pirata più vicina al relitto,

levatosi in piedi su un banco, aveva localizzato l'equipaggio

 e i passeggeri radunati in prossimità della scaletta del

 castello, dove, al pari di tanti pulcini bagnati,

 aspettavano, non si sapeva bene che cosa.

     Facendosi schermo con le mani, il pirata, che

 dall'apparenza doveva rivestire un ruolo specifico sulla

barca, scrutò con cura sia in lungo che in largo;  accertato

che non si segnalavano sorprese in vista, gli parve di

potersela prendere con comodo.

    

       <Avanti adagio, con cautela!>, ordinò ai suoi uomini. <Tenere

pronte per ogni evenienza le armi!

>.   

       <Fuori i rampini>, aggiunse un suo aiutante.

    

       In questo frattempo quelli del brigantino erano

rimasti a fissare con sguardi allucinati la linea delle

murate.  Ad un tratto udirono distintamente un tonfo, seguito

a breve distanza da altri due di minor intensità, segno

 evidente che una delle barche doveva aver urtato sottobordo.

 Da quel preciso istante incominciarono a trattenere persino

 il respiro, a farsi piccoli, come se volessero nascondersi dentro se stessi.

  Con terrore videro cinque rampini volteggiare

simultaneamente nell'aria e, guidati da mani esperte,

 ricadere sul bordo delle murate.

 Il cuore batteva forte, da scoppiare.

  Sul punto in cui si erano agganciati i rampini apparvero

in linea cinque facce abbronzate, piene di

 screpolature, sicuramente dovute a una

prolungata esposizione alla salsedine; ma più di tutto

ciò che colpì duramente l'equipaggio del brigantino furono dei

gagliardi baffi spioventi che scendevano ai lati della bocca

 di ognuno dei tristi figuri.

    

     Di questi, due portavano il berretto a maglia, mentre i

restanti avevano i capelli legati dietro la nuca con dello

spago. A giudicare dall'aspetto dovevano avere una trentina

d'anni ciascuno, forse uno dei due col berretto a maglia

avrebbe potuto avere qualche anno di più.

  Come a comando, i cinque si erano fermati a scrutare

 oltre il parapetto. Con sveltezza girarono lo sguardo sul

ponte, evidentemente con l'intendimento di inquadrare la

 situazione e localizzare eventuali punti di resistenza.

 Quindi, con un balzo felino scavalcarono le murate e, di

slancio, montarono sulla nave.

     Dietro seguirono altrettanti individui, sempre suddivisi

 a gruppi di cinque, che sembravano la copia perfetta dei

 primi.

    

      I marinai e i passeggeri dell'"Esperanza", che senza

avvedersene, continuavano a tenersi stretti, uno avvinghiato

 all'altro, all'avvicinarsi degli sconosciuti si

affrettarono a spiegare, facendo ampi gesti con entrambe le

mani, di non avere la benché minima intenzione di dare

battaglia;  a scanso di equivoci, si premurarono di segnalare,

 con mosse nervose e cenni scomposti, di non essere dei

temerari in cerca di guai: per loro, quelli delle barche

potevano accomodarsi tranquillamente, come fossero a casa loro.

    

     <Presto!>, ordinò il più anziano dei primi due apparsi fulminei col berretto a

maglia in testa.

<Mettersi in fila contro l'albero di maestra>.

    

     < Chi c'è oltre a voi sulla nave?>, chiese un suo compagno.

    

     I marinai e i passeggeri si scambiarono occhiate

 trepidanti, ma un po' per l'agitazione e un po' per lo

 spavento non riuscirono a riordinare le idee e ricordare chi

mancasse.  Prima ancora che iniziassero ad abbozzare una

 risposta, gli assalitori si erano sparpagliati in ogni

direzione.

   

      Frattanto, il comandante del brigantino, semintontito

per l'emozione e il dolore al dito, era ripiombato nel caos

più completo. Incapace di connettere, balbettava parole prive

di senso mentre faceva sforzi sovrumani per darsi un

 contegno.  Purtroppo, probabilmente per un’errata

interpretazione dei doveri imposti dal suo grado, all'ultimo

si credette in dovere di compiere un gesto che riscattasse il

buon nome della sua nave. Evidentemente non voleva essere

scambiato per un codardo, né che si pensasse che

sull'"Esperanza" navigava un branco di vigliacchi.  Se ne venne

perciò fuori con un atto veramente sconsiderato, che soltanto

 l'incoscienza poteva giustificare:  sotto il naso dell'uscocco

 che si apprestava a raggiungerlo sfoderò lo spadino

d'ordinanza (l'arma aveva visto rare volte la luce che per

 trarla dalla custodia c'erano voluti due strappi energici,

dati con vigore).

     Estrarre lo spadino e pentirsi fu per il comandante un

tutt'uno. "Ma che diavolo sto facendo?", si rimproverò. "Per

la santa Vergine!  Sono diventato matto?".

     Avrebbe voluto spiegare che quella sua balorda uscita

 non andava presa sul serio, e che se aveva accennato a uno

stupido tentativo di resistenza era solo per dovere

 d'ufficio, per non fare una figuraccia, insomma, e non  essere

deriso, nel caso avesse avuto in seguito la possibilità

di far ritorno a Venezia e qui, nel frattempo, fosse

 diventata di pubblico dominio la pusillanimità dei suoi

subordinati.

    

      Per fortuna, avanti che la situazione degenerasse, s’intromise un tale di imponente complessione, dotato di larghi bicipidi, salito sul brigantino al seguito di una terza

ondata.  A differenza dei compagni, quest'ultimo mostrava una

faccia distesa, illuminata da uno sguardo franco e rassicurante: portava

 anche lui baffi spioventi, alla moda corsara, ma fatta

 eccezione per questo particolare, che doveva costituire il

distintivo della banda, esibiva un viso pulito e

ordinato;  un ciuffo sbarazzino di capelli rossicci gli

sventolava sulla fronte.

     In mano reggeva un pesante schioppo dalla

canna corta; se ne uscì all’improvviso con una frase pronunciata col

caratteristico accento degli abitanti di Verona, frase che

sorprese un po' tutti e fece sussultare soprattutto Anna, che

 in quel momento stava per essere legata con una cordicella

 all'albero di maestra.

    

      - Oeh, mato! -  disse il giovanotto,

con fare canzonatorio. - Meti zo quela cortela! -

 e vedendo che il comandante esitava, non sapendo

quale partito prendere, soggiunse:  - Fa giudisio,

compare, se non te vol ciaparte 'na sciòpetada in te le

bresole!".(*).

    

       Detto questo, fece l'atto di puntare lo

 schioppo, al che il comandante, posto brutalmente di fronte

 alla inequivocabile alternativa di arrendersi o di finire

bucato come un colabrodo,  riconobbe di aver già fatto più che il suo dovere, ragion per cui non

sarebbe stato saggio da parte sua sfidare ulteriormente la sorte. Il senso di responsabilità gli imponeva

 di non mettere a repentaglio la propria incolumità, oltre

quella delle persone a lui affidate. Si affrettò quindi a

gettare lo spadino.

    

      <Non sparare, cedo!>, disse tutto d'un fiato e così si

lasciò a sua volta docilmente catturare.

    

      A un richiamo era accorso allora  un altro uscocco, che con

fare brusco spinse il nuovo prigioniero a ridosso del gruppo

ammassato attorno all'albero di maestra;  incrociatigli i

polsi, provvedeva a legarlo col resto della corda che teneva

immobilizzata la moglie dell'impiegato del consorzio.

      

      Intanto, il giovane che si era espresso in dialetto

veronese chiamò in aiuto altri due suoi compari.  La spontanea

semplicità del parlare e i modi disinibiti

lasciarono intendere che doveva trattarsi di uno dei capi dei ribaldi.  Infatti, ogni suo ordine veniva puntualmente

eseguito con rapidità e precisione; a lui i compagni si

 rivolgevano col rispetto dovuto a un capo e con la confidenza

che si usa tra amici.  In caso di bisogno,

nessuno tra i suoi accoliti si faceva riguardi di interpellarlo con la massima

 liberalità e la più schietta naturalezza.  Vin, abbreviativo di Vincenzo, era

il nome che correva di continuo sulle loro labbra.

    

 

(*) Pazzo! Posa il coltello! Giudizio compare, se non vuoi prenderti una schioppettata nelle coste.

 

       I prigionieri legati all'albero di maestra, nell'udire

il nome italiano c'era mancato poco che cadessero in

 deliquio. <Madonna benedetta! Vergine Santissima!>,

 esclamarono. Per un bel po' erano andati avanti su questo

tono, come se recitassero un rosario.  A balbettii,

ripetevano all'infinito le identiche invocazioni, non sapendo

con quali altre parole supplicare i santi e i personali

protettori.

       

Effettivamente, a ben guardare, la situazione che si

 presentava non poteva dirsi delle più rosee. La gravità del

momento balzava evidente, specie dopo la scoperta del

 veronese: avevano capito infatti di aver a che fare con uno

dei famigerati fuggiaschi della Repubblica Veneta, sul conto

 dei quali si raccontavano in patria cose orribili. Le

gazzette della Serenissima erano piene delle scelleratezze

compiute da simili furfanti.

   

       <Scendo di sotto>, disse intanto Vincenzo ai due che

aveva appena chiamato. <Seguitemi! >.  Poi rivolto a quelli

che sorvegliavano i prigionieri, soggiunse:  <Controllate i

bagagli che manderemo fuori.  Prendete soltanto gli oggetti

 di valore, il resto lasciatelo: le barche sono fin troppo

 cariche; altri pesi non possono reggere.

    

      I tre si inoltrarono nel corridoio che passava sotto il

ponte di poppa.  Aprirono ad una ad una le porte delle

 cabine.  Ispezionarono accuratamente gli interni degli alloggi. Dove

scoprivano dei bauli, degli involucri o dei fagotti

 interessanti, chiamavano a turno i compagni rimasti

all'imbocco del corridoio, perché venissero ad aiutare.

Scovato il nostromo rintanato in un armadio, con un paio di

pedate ben assestate sul di dietro lo scacciarono dal suo

nascondiglio.  Di lì a poco però cambiarono idea.

   

      <Dì, dì>, sollecitarono, agitando il dito in direzione

del malcapitato. <Torna indietro!

>.   

      <Buona!>, annuì un altro come spiegazione. <Possiamo

 servirci di questo macaco per portare fuori i pacchi.>.   Tutti erano scoppiati a ridere.

    

      Da quel momento l'ispezione delle cabine procedette di

 gran lena.  A parte le poche battute scambiate tra Vincenzo e

il comandante e il patetico infortunio toccato al fondo dei

calzoni del nostromo non si dovettero registrare altri

incidenti di rilievo.

     Giunti sul finire del corridoio, i tre si apprestavano a

 forzare l'ennesima serratura.  Improvvisamente, si accorsero

 di essersi imbattuti in un ostacolo imprevisto:  una porta,

più ostinata delle altre, non si voleva schiudere per quanti

sforzi venissero fatti.  Dapprima, avevano tentato di abbatterla a

spallate.  Armeggiarono a lungo intorno alla maniglia:

spinsero, tirarono, scrollarono con veemenza, ma sempre col

medesimo risultato.

     Dato uno sguardo più attento attraverso gli interstizi

 della porta avevano scoperto che qualcosa di solido, dalla parte

interna, si opponeva al loro entrare.  Spiando fra le

 fessure, accertarono che l'ostacolo consisteva in una

cassapanca accostata al retro della porta, con sopra coricato

 per il lungo un uomo col fiato ansimante, non si capiva bene

se per la paura o per lo sforzo di trattenere la cassapanca

pressata contro l'ingresso.

     Visto che dal basso la porta non cedeva, i tre

 assalitori sfoderarono le sciabole e incominciarono a tempestare di

colpi lo specchio superiore della porta, laddove il legno si presentava più

sottile.  Le sciabolate si susseguirono violente, a ritmo

 serrato, finché, nel centro dell'anta, si produsse

un'apertura che ad ogni nuovo colpo andava sempre più allargandosi.

     Quando sembrò che il buco fosse abbastanza grande, i tre

 cessarono di battere.  Vincenzo si fece avanti; infilata la

testa nel buco si soffermò a studiare l'interno

 dell'alloggio; e fu a questo punto che i suoi occhi (che per

l'occasione avevano assunto un'espressione feroce)

 incrociarono quelli di un individuo che più tardi si scoprì

essere nientemeno che il pretore atteso a Zara.

   

      A vedersi a una spanna dal naso la faccia terrificante

del pirata, con quegli occhi spaventosi che sembravano

 volessero divorarlo, il poveretto si era fatto cerulo come

una candela; con uno scatto repentino, dette un

balzo all'indietro e, lasciata la cassapanca, corse a

nascondersi nel retro di una scrivania, in un angolo

 appartato della cabina.

    

      Ai tre uomini fuori dalla porta non rimase che prendere

 insieme la rincorsa e sferrare sulla porta ostinata una

potente spallata, molto più energica delle precedenti.

L'urto che ne seguì fu tale da scostare la cassapanca, quel

tanto da permettere di irrompere all'interno della

cabina.

     Brandendo la sciabola, il più deciso si avvicinò furtivo

alla scrivania. Contemporaneamente, il veronese cercava di

 aggirarla sulla destra, mentre il terzo si spostava sulla

 sinistra.

    

      Il pretore stava raggomitolato sotto la scrivania, nel

vano in cui si usa infilare le gambe.  Sollevato per un

 attimo lo sguardo velato dai lucciconi, ebbe modo di rendersi

conto della drammaticità della sua condizione di uomo

 accerchiato.  Per l'emozione e lo spavento batteva in

continuazione i denti e dalla bocca gli usciva un filo di

bava.  Non sapendo che cos'altro fare, pensò di attuare un

ultimo disperato tentativo di difesa: allungato un

braccio fece l'atto di afferrare una pistola che si trovava

 sul ripiano della scrivania, ma non aveva raggiunto l'arma

 che il veronese, con un fendente dall'alto al basso, aveva

 calato la lama affilata della sua micidiale sciabola sulla mano dello sventurato, tagliandola di netto all'altezza del

polso.

   

      Un urlo tremendo, agghiacciante, si ripercosse nella

cabina, riempì il corridoio, raggiunse l'uscita e si disperse

 nell'aria. Con le orbite spaventosamente dilatate, il

malcapitato si sollevò in piedi; irrigidito, simile a un

 blocco di marmo, fissava terrorizzato i suoi persecutori, infine

 sprofondò a terra, contorcendosi negli spasimi del dolore.

    

      I tre gli furono di nuovo addosso.  Agguantatolo

saldamente per le ascelle (intanto che si dibatteva

 disordinatamente, annaspando, in cerca di qualcosa, forse

della mano perduta), lo trascinarono all'aperto e qui, sotto

gli sguardi esterefatti dei marinai e dei passeggeri del

brigantino, lo gettarono fuori bordo, in mare.

     Con un tonfo, il corpo mutilato cadde in acqua.  Per  un

 istante agitò la mano sana e il moncherino, infine scivolò

come un sasso sotto la chiglia.

     Sull'acqua trasparente, una chiazza di sangue, che andava lentamente stemperando, restò a lungo a segnare il

 punto della sua scomparsa.

    

      Un silenzio agghiacciante era subentrato immediatamente

dopo.  Tra i prigionieri non c'era chi osasse fiatare e fare

 il minimo movimento che non fosse indispensabile. Gli

assalitori, dal canto loro, riposte le sciabole nelle guaine,

avevano ripreso a frugare con metodica pignoleria nei bagagli

che capitavano sottomano.

     Quando la calma accennò a ristabilirsi fu possibile a

tutti i prigionieri constatare che sugli uscocchi i frenetici

 avvenimenti fin lì succedutisi non avevano lasciato alcun

segno. Come se niente fosse successo,  continuavano a

rovistare tra i bagagli in assoluta  indifferenza,

quasi che tragedie simili a quella capitata al pretore

appartenessero all'ordine normale delle cose.

    

      Intanto che veniva completata l'ispezione degli alloggi,

sul ponte finiva di quietarsi anche la moglie dell'impiegato

 del consorzio. La donna, un po' per volta, aveva smesso di

frignare. Ad un tratto, forse perché stanca di sopportare i

continui strappi impressi alla cordicella dai compagni di

 legatura (che per la scomoda posizione non riuscivano a stare

un momento fermi), aveva preso ad allungare piccoli calci

 negli stinchi del comandante del brigantino, calcetti che col

trascorrere del tempo andarono mutando in vere e proprie

pedate tirate di proposito al malcapitato, la cui unica colpa

consisteva nel trovarsi nella direttrice della punta di

scarpa dell'isterica.

   

      Dell’intero gruppo, il più sollecito a recuperare il dominio dei

 nervi era stato il Caufa. In principio aveva anche lui

seguito lo svolgersi degli avvenimenti con una buona dose di

 spavento, come gli altri del resto, ma in seguito,

 rinfrancatosi quanto basta, si era messo ad osservare

l'andirivieni dei pirati, mostrando un certo interesse che lasciava

 chiaramente intendere che per ingraziarsi quei masnadieri

avrebbe prestato volentieri loro una mano.

     "Bacheta", per sua fortuna, si trovava legato dalla

parte opposta a quella del comandante. Era il solo che se ne

 stesse zitto zitto, per non richiamare l'attenzione del

superiore, forse temendo più le ire di costui che le

cattiverie dei pirati. Ovviamente non voleva ricordare quanto

 successo al momento della sua diserzione dalla plancia di

comando.

     Il cuoco e i marinai, dopo essersi attaccati alla tonaca

 del frate e aver con lui invocati, per la salvezza delle loro

anime, tutti i santi che venivano in mente, resisi infine

 conto che non era ancora arrivata l'ora di presentarsi al

 Giudice Supremo, avevano lasciato che il frate proseguisse da

solo con le sue lamentazioni: chi imprecando, chi

 insolentendo il vicino perché non stava un attimo fermo, a

turno volgevano lo sguardo implorante verso gli assalitori,

 sollevando alti gemiti per impietosirli.

     Quest'ultimi, frattanto, riunito il bottino fruttato

 dall'ispezione, ne avevano ordinato il trasbordo su una delle

 barche, che prese velocemente il largo. Poi, fatte accostare

le altre, vi avevano fatto scendere, sorreggendoli per mano,

 i prigioneri; appena sciolti dai lacci che li tenevano

immobilizzati, ovviamente.

    

      All'improvviso, dal brigantino si videro levarsi alte

 lingue di fuoco sfavillanti, sormontate da una nera cappa di

fumo.  Il crepitio delle fiamme ricordava a tratti la

fantasmagoria di uno spettacolo pirotecnico.

     <Che bello!>, commentarono con fanciullesco candore i

pirati.

     Appena tutti ebbero preso posto sulle barche, il

 giovanotto che si era dato a conoscere per originario della

città di Anna, si avviò a sua volta nella stessa direzione

presa dai compagni. Approssimandosi alle murate, fece l'atto

 di sollevare una gamba con l'intendo di scavalcarle.  Stava

per appoggiare il piede su una sporgenza quando, un urlo a

squarciagola, improvviso quanto inaspettato, lo obbligò a

compiere un guizzo che per poco non gli fece perdere

l'equilibrio.

    

      <Per la miseria!>, strillò. <Cos'é questo baccano?>.

     

      Tornato sui suoi passi, levò lo sguardo verso la coffa dell'albero di maestra, da dove giungeva la stridula

voce.  Con sua meraviglia vide spuntare, nel mezzo delle

 sartie e delle vele afflosciate, l'enigmatica vedetta, della

 cui esistenza nessuno si era ricordato, anche perché, in

tutto quel trambusto, questa si era guardata dal fare

 qualsiasi mossa che richiamasse su di sé l'attenzione.  Aquattata tra

le pieghe delle velature, aveva cercato in tutto quel tempo

 di stare nascosta.

   

       <Vi scongiuro: non abbandonatemi!>, supplicò la

vedetta.

   

       <Santo Cielo! Ma che cosa fai lassù?>, gridò stizzito, Vincenzo.

     Rimaneva poco tempo; ogni indugio poteva risultare

 fatale.

     <Che fai?>, ripeté sempre più adirato.

<Non hai altri momenti di metterti a fare lo scimmiotto sul

dondolo?  Scendi subito se non vuoi che ti stacchi la testa!>.

     

       La vedetta non si fece ripetere l'invito. Si lasciò

andare lungo le sartie e, posto piede sul ponte, si avvicinò

timorosa al pirata, disposta perfino a sorbirsi una

ragionevole quantità di percosse, se proprio non ci fosse

 stato altro modo di farsi perdonare il contrattempo causato.

   

       Dall'agitazione, si vedeva che Vincenzo stava ribollendo

di rabbia; quell'imprevisto ritardava la partenza, col

 rischio di causare spiacevoli sorprese.  Ma,

 contrariamente a quanto l'incauta vedetta sembrava

aspettarsi, Vincenzo non le fece del male, anzi l'aiutò

addirittura a scendere nella barca in mezzo ai rematori che,

seduti sui banchi, stavano con i remi in mano, impazienti di

portarsi a debita distanza dai resti fumanti del relitto

 prossimo ad affondare.

    

       Finalmente, dopo essersi sfogato con un'ennesima

maledizione, Vincenzo poté ripetere il tentativo di

abbandonare la nave. Si portò all'estremità del ponte che le

fiamme non avevano ancora lambito, levò per la seconda volta

la gamba nell'intento di passare oltre il parapetto, ma nel

 fare la mossa scordò la precauzione avuta nel primo

tentativo, quello fallito a causa degli strepiti della

vedetta. Per sua disdetta, non aveva avuto l'avvertenza di

tenere le tasche dei calzoni lontano dallo spigolo delle

murate.  (Nei calzoni aveva infilato una coppia di bicchieri

 di Murano, artisticamente lavorati, trovati nella cabina del

pretore).

    

      I bicchieri, premuti tra la coscia e il legno,

scricchiolarono.  Una seconda pressione li ridusse in tante

 briciole.

  

     <La vacca de to mare!>, imprecò nel

più pittoresco dialetto veronese, il pirata.

     Introdotta una mano nella tasca, ne trasse una manciata

 di cocci colorati, che scagliò furente in direzione

della barca.

    

     I prigionieri, curvi sotto gli sguardi severi dei

 guardiani, ricevettero sulla testa una pioggia di vetri, ma

 per loro fortuna non ebbero l'ardire di protestare.