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Cap. III

 

                                   ARRIVO A SEGNA

 

          Spinta di vigorosi colpi di remo, la

barca uscocca scivolò dentro il porto di Segna.

  Percorse il tratto finale adagio, appesantita dal carico che

 a giudicare dai bordi sfioranti il pelo dell'acqua preannunciava un cospicuo bottino.

     La barca, sovraccarica, accostò dolcemente alla banchina centrale

, sotto lo sguardo compiaciuto dei lavoranti del porto e di

 alcune guardie civiche addette alla sorveglianza della torre

Sabac.

     Un'atmosfera carica di euforica attesa dominava sui partecipanti all’avvenimento: tutti ostentavano un misto di orgogliosa esultanza e incontenibile soddisfazione per aver

 ottenuto dalle autorità il permesso di assistere da vicino alle fasi conclusive della

spedizione, che dai risultati si annunciava come

 una delle più fortunate portate a termine negli ultimi tempi.

     Una folla chiassosa, composta in prevalenza da donne

circondate da nugoli di ragazzini, si era radunata sotto le

 mura, in riva al mare.

   

        Intanto che venivano completate le operazioni

d'attracco, i parenti degli equipaggi si affaccendavano attorno al molo, tradendo

 una fretta quasi spasmodica di conoscere nei

 particolari lo svolgimento che l'intera operazione aveva

avuto. Tra poco dalla barca di comando avrebbero fornito un resoconto dettagliato della

spedizione: quanto bottino era stato fatto, quali località erano state toccate, che genere di combattimenti

 si erano dovuti sostenere, chi aveva riportato ferite e, particolare doloroso,

quanti questa volta non avrebbero fatto ritorno.

  Il momento si presentava delicato: per esperienza

sapevano che avrebbe raggiunto il culmine dell'intensità non

appena i rientranti dalla scorreria si fossero buttati nelle

braccia dei familiari rimasti a Segna.

   

        Danilo Mironic, un biondino dal fiero portamento, si

 avvicinò al limite del palchetto di prora, mentre un rematore

lanciava una cima a un compagno saltato sveltamente a terra.

   <Marko Petrankovic, Sergio Varenez e Josef Rudinic!>,

scandì lentamente Danilo. <Sono caduti da prodi; per loro,

purtroppo, non c'è alcuna possibilità che possano un giorno

far ritorno a casa!>.

    

       Dal molo, alcune donne, per sottrarsi alla

commiserazione della gente, furono viste allontanarsi in

 fretta, a testa china, cercando di nascondere le lacrime che

avevano incominciato a rigare i volti. Per mano trascinavano

 dei bambini recalcitranti, che pestavano i piedi e

protestavano con acuti strilli contro la decisione per loro

incomprensibile di privarli del piacere di assistere al

rientro delle barche.

      

       <Danilo! E mio marito, Matteo Zemiron, come sta?>,

squittì una donna formosa, vicina alla quarantina, vestita

 con una sgargiante gonna bianca ad ampie pieghe e una blusa

di panno azzurro stretta ai fianchi prosperosi.

    

        <La vecchia volpe sta bene>, rispose Danilo. <Ha

ricevuto un piccolo graffio all'orecchio, cosa da niente!

 Sarà qui anche lui a momenti; anzi se osservi bene puoi già

scorgere la sua barca vicino a quella di Vincenzo spuntare

 laggiù, all'orizzonte>.  E indicò in direzione dell'isola di

Veglia.

    

        <Dio mio, ti ringrazio!>, esclamò la donna, facendosi il

segno della croce. Destando l'ilarità di quanti,

per la vicinanza, avevano la possibilità di udire distintamente le sue parole,

soggiunse a mezza voce:  <Conoscendo Matteo, temo che anche

quest'inverno avrò il mio bel da fare a preparare il

 corredo per un altro figlio!

>.    

        Danilo sorrise al pensiero della famiglia Zemiron in

continua crescita, in ragione di una nuova unità per ogni

 stagione invernale che il padrone di casa era costretto a

trascorrere vicino alla premurosa consorte.

    

        <Ci vediamo da Nadja?>, chiesero con fare allusivo

alcuni giovanotti giunti per ultimi a ricevere Danilo e i

 suoi allegri compagni.

    

         <Certo! Appena mi sarò qui sbrigato>, rispose Danilo,

con un lampo di gioia che gli sprizzava dagli occhi.

   

          In quel mentre, un vecchio elegantemente vestito arrivò

di corsa; aprendosi un varco tra la folla che rispettosamente

si scostava, salì di slancio la passerella gettata fra la

barca e la banchina.

     

         <Danilo, figliolo caro!>, chiamò il vecchio, avanzando

 a braccia aperte.

    

         Padre e figlio si abbracciarono.

    

         <Vieni! >, disse poi il padre, raggiante, quando fu

sazio di baci ed abbracci. <A casa ti aspettano, vogliono

 tutti sapere, presto, com'è andata>. Sbirciando da sopra le spalle di Danilo aveva notato il cumulo fornato dal bottino che ancora intatto si intravedeva nascosto

sotto un telo, al centro della barca.  Compiaciuto della gradevole vista, si accarezzò i baffi, soddisfatto.

    

          Nel frattempo attraccarono anche le due barche comandate

da Vincenzo e Matteo.

     Vincenzo, con l'agilità di un cerbiatto, balzò a terra.

I suoi occhi penetranti cercarono la figura di

Danilo in mezzo ai compaesani. Individuato l’amico, lo raggiunse

a capo chino, in un furtivo battere di palpebre. Avvicinate le labbra all'altezza dell'orecchio

, gli bisbigliò qualcosa che gli altri non

 intesero.

    

         Sul principio Danilo stette soprappensiero, come se non

 capisse che cosa Vincenzo volesse dirgli ma, piano piano,

come questi andava avanti col  discorso, gli astanti, che

continuavano a non capire, lo videro illuminarsi.  Per burla

Danilo fece finta di esitare, di non sapere che cosa esattamente si

 volesse da lui, ma alla fine, stimolato da insistenze, si decise:

    

       <E va bene!>, disse, arrendendosi.

     Rivolto a un tizio con la faccia da orco di caverna che, seduto su uno sgabello, con tanto

di penna, calamaio e registro si apprestava a stendere

 l'inventario del bottino catturato, ordinò:

    

       <La ragazza, quella che abbiamo preso sul

brigantino veneziano...>.

    

        <Sì?...>.

    

        <Non mandarla con gli altri: portala a casa mia>.