QUALE EBRAISMO?
Per due millenni il popolo ebraico è vissuto sparso in paesi stranieri, sottoposto a
pressioni e violenze inaudite, per forzarlo a ripudiare i propri costumi e le proprie
convinzioni in materia sociale e religiosa, al fine di fargli abbracciare, in sostituzione,
fedi a lui estranee e dottrine in palese contrasto con le specificità in cui si riconosceva.
Per sopravvivere in un mondo dichiaratamente ostile, gli ebrei hanno dovuto
impegnarsi oltre ogni limite, impiegando al massimo le loro risorse di intelligenza
ed intraprendenza, talvolta persino manovrando con astuzia ed abilità, pur di conservare l’identità storico-culturale di appartenenza. A questa vitale esigenza ha supplito brillantemente l’opera dei rabbini, senza i quali oggi, probabilmente, non esisterebbe
alcun popolo ebraico, né tanto meno ebraismo.
E’ ai rabbini infatti che va il merito di essersi fatti carico in tempi difficili della
salute morale e spirituale del popolo.
Il popolo ebraico è stato forzato dagli eventi della sua storia a seguire un percorso che,
per interessi di casta o di posizione, a fatica viene riconosciuto dagli ultimi depositari, in
linea di successione, dell’eredità della sua millenaria cultura e tradizione.
Con la distruzione dello Stato e del Tempio, tutte le correnti religiose, politiche e
di pensiero in cui si articolava il mondo ebraico pre-esilico si sono dovute compattare in
un unico blocco, se volevano reggere le sfide da affrontare nel variegato panorama delle
civiltà sostanzialmente idolatriche con le quali venivano a contatto.
Con la nascita del nuovo Stato ebraico nell’antica terra, dalla quale il popolo subì nei lontani tempi la triste sorte di venire violentemente strappato, era impossibile che non rispuntassero tensioni e conflitti tenuti a lungo compressi. Le naturali differenziazioni
già presenti nella società ebraica smantellata dalle legioni romane (e che si ritrovano in
ogni normale consociazione umana riconoscibile per univoca appartenenza), non
potevano evitare di riprodursi ai giorni nostri. Sarebbe stato impensabile che, dal blocco congelato in cui il popolo fu costretto a rinchiudersi, col ritorno alla vita in Eretz Israel
non tornassero a riaffiorare antiche ed insolute controverse questioni.
Nei luoghi dell’esilio era indispensabile, per il mantenimento dell’unità e
dell’integrità spirituale del popolo, trovare un comun denominatore da adottare come
indirizzo ideologico-religioso valido per tutti; a questa fondamentale necessità si sono
adeguate, confluendo sotto il segno di un’unica matrice, tutte le correnti religiose già
esistenti nella perduta patria. Dalla professione di fede dei farisei, i più vicini con le loro sinagoghe al sentimento popolare, è scaturito un tipo di ebraismo mutuatosi nel tempo in giudaismo. Il giudaismo rabbinico ha resistito ed è sopravvissuto, svolgendo una funzione
vitale per la conservazione dell’ebraicità dellemasse popolari, perché era l’unico in grado
di far fronte, in condizioni di estrema precarietà, alle tentazioni del mondo pagano.
E’ chiaro che certe distinzioni praticate dalla setta dei sadducei, strettamente
collegata alla liturgia del Tempio, con la distruzione di quest’ultimo non avrebbero avuto
possibilità né alcun bisogno di preservarsi. La stessa cosa dicasi dell’ebraismo degli
zeloti: senza una patria da custodire e difendere, al patriottismo esasperato degli zeloti
mancava l’elemento di coesione in grado di impedire la dissoluzione del loro movimento.
Nessun senso, d’altra parte, avrebbe avuto fuori dal territorio nazionale coltivare le
peculiarità degli esseni e delle innumerevoli altre sette, partiti, gruppi e gruppuscoli
calcolati all’inizio dell’Era Volgare in oltre 100 esistenti in varie forme organizzate.
E’ indubbio che tutti questi raggruppamenti e formazioni politiche-religiose si
siano estinte per cause storiche e non perché professassero dottrine sbagliate o perché peccassero di superficialità. Infatti, come passa il tempo e aumentano i problemi, torna
a segnalarsi in Israele un’attiva presenza autonoma di organizzazioni ispirate a ideali
che la brutalità di vicende passate sembrava aver per sempre cancellato; e questo, sinceramente, non è male che accada per chi ritiene che Israele abbia bisogno, per
svilupparsi e progredire, del contributo di tutte le sue componenti, dall’ingenuo pacifista all’acceso nazionalista, considerato che fino a prova contraria è nell’azione che si
esprime la verità e si dimostra la bontà superiore dei programmi.
Gli incalcolabili meriti accumulati dal rabbinato ortodosso conferiscono a questa istituzione il diritto di pronunciare una parola in più su questioni di dottrina e di status
religioso e, in particolare, su quanto concerne la preservazione della fede ebraica dalle
insidiose predicazioni di falsi profeti e religioni concorrenti. Ma questa legittimità
potrebbe trasformarsi in arbitrio qualora non tenesse in conto che vivere in terra d’Israele
non è la stessa cosa che vivere sotto la cappa dell’esilio, e che aver saputo, per ragioni
contingenti, far prevalere fino ai giorni nostri le indicazioni derivate dallo specifico orientamento del proprio magistero non autorizza a vietare la ricerca di soluzioni
diverse, secondo l’esempio delle multiformi preferenze consentite ai tempi degli
illuminati maestri della Grande Assemblea.
Il problema su cui sono chiamate confrontarsi oggi le principali aggregazioni laiche
e religiose vertono sul valore degli antichi insegnamenti, in relazione alle mutate
condizioni di sviluppo di una società moderna. La domanda che attende con
urgenza risposta è se sia giusto continuare ad osservare in modo acritico i precetti come
sono andati configurandosi nel giudaismo medievale e se il Talmud debba continuare a
mantenere il posto di preminenza che è venuto ad occupare rispetto alla Torah,
impedendo di fatto di elaborare in tema religioso nuove norme di comportamento da
proporre a tutto il paese.
Altra questione da risolvere è se debba o possa Israele avviarsi a diventare uno Stato
a somiglianza degli altri stati esistenti sulla terra, oppure se debba concentrare i propri
sforzi su obiettivi che si rispecchino nelle indicazioni consacrate dal testo fondamentale,
la Torah, da cui fa derivare le proprie radici e trae legittimità.
Che si voglia o no, nel nuovo Israele non poteva non riprodursi il fiorire di discussioni, dibattiti, confronti incentrati sulla ricerca di un’identità e di un destino nazionale comune, liberamente accettato, che, per la mancanza di sovranità territoriale e indipendenza,
sarebbero stati vano eloquio, sterile esercizio dialettico nelle travagliate condizioni della dispersione.
D’altro canto, su chi non accetta di sottostare supinamente al Rabbinato pesa la responsabilità di dimenticare, spesso per eccessiva protervia, le tragiche conseguenze
a cui ha portato ai tempi dell’immaturità il mancato rispetto dei limiti della tolleranza nell’esercizio del propri diritti civili. L’esperienza insegna che nessuno ha la verità in
tasca, perché possa imporre agli altri di essere seguito senza discutere. Nel travaglio
dei fermenti che talvolta agitano il paese, il lato negativo è che con troppa facilità capita
di scordare che l’indebolirsi dell’unità nazionale, foriera di funesti presagi, è coincisa
sempre con la pretesa dei più forti di aver sempre ragione, e questo vale oggi più che ieri,
tanto per la rispettabile ed onorata categoria dei rabbini, che per il partito dei cosiddetti
laici-progressisti.
Per non duplicare il fallimento registrato dai leviti nel ruolo di maestri di Torah e
di vita, tutti dovrebbero, nello svolgimento dei compiti a cui sono chiamati, attenersi
strettamente, non solo nella pratica, ma anche nella parola, al metodo della persuasione,
mai della costrizione.
E’ ampiamente dimostrato che la scarsa o imperfetta conoscenza dei valori eterni consegnati al popolo ebraico al monte Chorev/Sinai, perché ne facesse lo scopo della propria
esistenza, costituiscono la breccia attraverso la quale passa la trasgressione e,
successivamente, l’abbandono dell’appartenenza all’ebraismo. E’ nella Torah di Mosé
che si esprime il massimo di pace, benessere e giustizia per l’uomo, ma quando l’ebreo se ne dimentica, è portato ad abbracciare cause avventate o infatuarsi di filosofie che, rispetto
al massimo di sapienza universalmente riconosciuta al patrimonio etico-culturale del
proprio popolo, per lui dovrebbero contare non più di niente.
Plagiare le leggi e gli ordinamenti degli stranieri, sottomettersi alla caducità di re
idolatri, ha portato al catastrofico risultato di rinnegare la propria identità e obliare valori
costati enormi sacrifici, oltre a fiumi di lacrime e sangue.
Per sopperire alle manchevolezze da cui in momenti di crisi scaturiscono le tensioni,
il sistema più valido e pratico a cui rivolgersi rimane pertanto la rivisitazione storica. Da
una solida conoscenza della storia si impara ad evitare errori già tragicamente commessi
e duramente pagati.
Tra l’altro, il metodo della conoscenza si è confermato il pìù efficace nel recupero
veloce dell’esatta dimensione degli intendimenti dell’autore del Codice su cui si è
formato lo spirito e la coscienza del popolo, perché, anche se diciamo di essere sapienti,
di possedere la Legge del Signore, non possiamo scordare che le penne bugiarde degli scribi
ne hanno falsato il senso (Geremia, 8.8).
Nella particolare situazione dello Stato d’Israele di oggi va quindi rivisto il concetto
finora imperante, che fuori dall’impostazione data al tipo di ebraismo praticato nelle
difficili condizioni dell’esilio non possano trovare spazio ulteriori contributi, anche se rettamente indirizzati. Perciò, quando si parla di ebraismo, viene naturale domandarsi:
a quale ebraismo si intende riferirsi?
Nell’ebraismo più autentico è sempre stata norma, si potrebbe dire, canonica, che lo
studio, l’indagine, la riflessione fossero aperti al dialogo, alla sobria sperimentazione,
con l’unica condizione di non travalicare dal puro apprendimento alla pretesa di
modificare, con l’introduzione di aggiunte o correttivi, il senso di leggi già perfette
nella sostanza. Di questo peccato, sia pure in buona fede, si è largamente abusato in
passato. Con l’intento di preservare il nucleo centrale della Torah, si è ritenuto di doverle erigere intorno, a protezione, una siepe di prescrizioni supplementari, che col tempo si
sono tradotte in un peso troppo gravoso e complicato per l’uomo della strada.
Prima che si creino fratture irreparabili, sarebbe auspicabile procedere a un serio
riesame dei provvedimenti introdotti in materia di religione da rappresentanti ebraici
in esilio, soprattutto per non scontentare chi non è d’accordo con le decisioni che in tempi
andati furono prese sotto l’assillo dell’emergenza. Troppo facilmente si dimentica che è il
popolo ad aver contratto un Patto con Dio, non gli intellettuali, i sapienti o la casta dei
sacerdoti. Di conseguenza, il margine di operatività concesso al libero arbitrio non è
titolo sufficiente a conferire legittimità a provvedimenti che si discostano dalle prescrizioni dettate dalla Torah.
Tanto per intendersi: se è prescritto che in Israele non debbano esistere prostituti
e prostitute, dovere dei governanti è di trovare soluzioni ai problemi sociali ed economici
che generano la prostituzione, non mai legalizzare il turpe mercimonio dei sessi, magari abusando dei propri poteri per cambiare la sostanza di leggi che costituiscono il
pilastro portante del sistema legislativo anticipato al Sinai.
Se si vuol preservare nel paese la concordia e avanzare sicuri verso il radioso avvenire
da sempre sognato, bisogna saper fare tesoro delle lezioni del passato, e non essere sordi all’invito a prendere posto sotto le ali pietose e misericordiose a cui si richiama in
continuazione la Torah, e dalle quali sono derivati gli unici momenti di felicità conosciuti.
Provate e vi accorgerete che il Signore è buono (Salmo, 34.91).
ete che il Signore è buono (Salmo, 34.91).