SOGNARE DOMINATI DAL SOGNO
INTRODUZIONE:
In un mondo offuscato dalle nebbie dell'assurdo,
dove, stranamente, i fiori di campo
crescono meglio su spregiato
letame
scoprire l'intima ragione delle cose
investigare il senso profondo della vita
è stato sempre il mio maggior cruccio.
SVOLGIMENTO:
Nel chiuso di rigorosa intransigenza
mi è toccato spesso sentirmi svilito.
All’odioso padrone bastava gettare un osso
perché il vuoto mi si facesse intorno:
morbosamente geloso del proprio possesso,
anche l'amico più caro s'affrettava alla cuccia,
squadrandomi con sguardi bassi e timorosi.
Per colpa del venir meno alla parola data
da chi, incurante del male che faceva,
mi aveva voltato le spalle,
dovetti smettere d'invocare la classe,
d'aspettare l'uragano dalle flebili voci
alle cui raffiche m’aspettavo che crollassero
i protervi fortilizi del nemico.
Restio, dopo l’esperienza fatta,
a prestare orecchio alle favole da chierici,
scoprii quando facile fosse,
declamare l’importanza della rettitudine,
esaltare la virtù dell’onestà,
quando si era rimasti in pochi
a temere i morsi della coscienza.
Nello sconforto seguito a tanta disfatta
pensieri deliranti si imposero;
i colori della bandiera sbiadirono,
tanto che non potei più prestar fede
alle logorate profezie di Carlo Marx.
Bakunin intanto giaceva muto nella sua tomba
e i suoi compagni gli si erano seduti sopra.
Complice l'ignavia
dei timorosi,
l'insipienza
degli opportunisti,
l'ambiguità dei falsi amici,
l’avversario aveva avuto la meglio:
Moloc non fu mai sazio di sangue
finché al Gran Sacerdote era permesso
acconciare sempre nuovi olocausti.
Noi, poveri illusi, c’eravamo dati da fare,
a spiegare che nostra ambizione era cambiare il mondo
Invano eravamo andati supplicando
di stringerci forte la mano;
orecchi tappati e sguardi fissi volti all’indietro,
ci imposero di por fine allo stucchevole nostro lagno,
quasi si trattasse di stupida propaganda,
di vile impostura da preti.
Da quando tornammo dalla macchia
per consegnare al vincitore
fucili e cartucce
un mare d'acqua inquinata
era passato sotto i ponti delle città
affollate
da gansters e prostitute.
La macina aveva continuato ad ingoiare cadaveri,
che non si finiva di contare.
Nell'oscurità di un mondo
dominato dalla scaltrezza dei ruffiani,
associata alla stupidità degli stolti,
m’accorsi che una sola regola contava
una regola infame
che a gente come me
riesce impossibile imparare
ballare al ritmo della musica dei bonzi,
che i frustrati spingeva alla droga
e i disillusi in confortevoli tane,
con i loro pifferi sfiatati,
a scambiarsi logorroici proclami,
per via degli abitanti,
timorosi di prendersi la costipazione.
Fiaccato, deluso,
più di una volta mi son chiesto:
che m'importa, che cosa ho da spartire, io,
con le pecore ammansite?
Io sono nato da stampo diverso:
nel cuore
porto il ricordo dei fucilati di Malga Zonta
come un cristiano porta al collo
la medaglietta dei suoi santi
Anche se la moderna fabbrica
sciatti demagoghi hanno trasformata
in una spelonca di furfanti,
dove al capo del vapore
è concesso condurre i suoi torbidi traffici,
io continuo ad appartenere
alla specie che non s’arrende.
Ma, affranto nel vedermi cadere addosso,
a brandelli, il mondo delle mie speranze,
provai sgomento a ritrovarmi solo,
in un luogo dove per vivere comodamente
un'unica bravura era richiesta:
rubare con eleganza ai ladri,
prendendosi
gioco dell'innocenza.
PRIMA DIVAGAZIONE
I trattenuti singhiozzi
di chi soffrendo in silenzio
per le ostinate mie fissazioni
è stata sempre a me vicina
d'improvviso mi fecero trasalire.
Turbato da quel pianto sommesso,
con l’animo in subbuglio e le ali spezzate,
esclamai: “
Non su te,
consolatrice dei miei tempestosi giorni,
pesino
gli affanni del mio contendere,
ma sui malvagi
che la carne bramerebbero divorarmi
Misteri io non ho mai fatto
di reputarmi guerriero
votato a una millenaria battaglia.
Benché sia cambiato lo stile di brandire la spada
contro cause ritenute superate,
concedimi di placare a modo mio il tormento:
che la voce non mi s'arrocchi più oltre
e se non vuoi che all'istante muoia
non privarmi del tuo sorriso.
SECONDA DIVAGAZIONE
Nel cercare d’assumere un contegno,
uno spunto di coraggio,
m'assalì d'un tratto l’urgenza
di sgombrare la mente
dai pensieri logoranti,
per concentrarmi sul fuoco quieto
dell'amore nostro sperimentato
che al leggero strusciare dei corpi,
all’intrecciarsi delle mani sulla calda pelle,
rivoli di desideri scioglie
Adagiato su morbidi quadrifogli,
incantato dalla profondità di occhi
somiglianti a due gocce lucenti,
di preziose perle incastonate,
mi rimorse d'aver trascurato,
per inseguire fantasmi,
le preziose coppe sigillate
e i grappoli d'oro in attesa
che gli affanni fanno dimenticare.
SEGUITO DELLO SVOLGIMENTO
Mentre così andavo ragionando,
cullato dall'oblio di una momentanea pace
tornò, palpabile, ad agitarmi
il pensiero fisso dei fiori rimasti ad appassire,
lassù, sulle baite e gli alpeggi innevati,
e che a me sopravvissuto,
non è concesso dimenticare.
Il patto tra di noi suggellato
m’impediva d’adeguarmi per convenienza
al blaterale di quanti
furbescamente sanno campare,
infischiandosi che al camerata Kesselring
avessimo promesso un solido monumento
chiamato, ora e sempre: Resistenza,
qualora
avesse osasse tornare.
Ricordando quei fatti,
cupe ombre vidi stagliarsi dalla penombra,
furiose piombarmi addosso
per farmi sentire di nuovo preso
nella morsa della disperazione
ad apprendere
che la breve mia stagione
era ormai irrimediabilmente finita.
Finita quel fatidico 10 di maggio 1945,
allorché,
impietosito della mia ingenuità,
o forse per simpatia personale,
uno sconosciuto sperso tra la folla,
di scettica ironia ammantato,
volle prendersi il disturbo
di riportarmi
con i piedi per terra.
A dispetto della mia incredulità,
quel saggio uomo
si prese lo sfizio
d’anticiparmi con finezza d’argomenti
che alla fin fine poco o nulla sarebbe cambiato.
Qualunque fossero stati gli spasimi
da quelli come me sofferti
sempre i vecchi padroni ci sarebbe toccato servire.
I romantici sogni, i propositi generosi,
che per monti e valli ci avevano accompagnato,
quando il nemico ci dava la caccia,
costringendoci a continue marce forzate
per non finire appesi ai ganci
erano stati uno scherzo,
una presa in giro ingegnosa.
La giovinezza ci era stata d'inciampo
il destino aveva voluto burlarsi di noi:
a casa non ci aspettavano
canti di gioia e risa di bambini.
Passata l’ubriacatura saremmo stati di nuovo sommersi,
dalla mefitica atmosfera di sempre,
al massimo mitigata da un'innoqua spruzzata di seltz.
Negli onnipotenti uffici,
nelle sedi inavvicinabili,
dove ogni cosa viene decisa,
sarebbero tornati ad imperare
i soliti ottusi burocrati
malati nella spina e nel cervello
contro i quali invano c'eravamo battuti
Furente di rabbia, frustrato dal disinganno,
alle avvilenti prospettive
fatte balenare da quel galantuomo
per un attimo fui attraversato
dall'idea fulminante
di essere ancora in tempo
a sottrarmi al
cerchio di ferro
che da lontano intravedevo calare su noi tutti.
Una struggente nostalgia mi prese
di isolarmi per protesta
sui battuti sentieri
delle nostre fidate montagne,
dove delusioni e rimpianti avrei potuto annegare,
benché fossi cosciente che il prezzo da pagare
sarebbero stati gli stenti e i patimenti,
il pane quotidiano in cui erano intinti i nostri ideali..
Per giorni e notti spasimai nell'attesa,
ma al momento decisivo non se ne fece niente.
In cambio si fecero avanti i benpensanti
con le loro arzigogolate dissertazioni
volte ad accantonare i restii come me all’angolo,
presi per pazzi, rigettati da tutti,
senza un salice su cui appendere le nostre cetre.
Deluso, svuotato dalle scuse
di quanti asserivano di averne avuto abbastanza,
sopraffatto dalla logica dei mediocri,
domato dall’infierire dei controlli polizieschi,
mi rosi a lungo dentro
per l'impotenza,
a fronteggiare la saccenteria degli sfrontati
di giorno in giorno fattisi più arditi.
Da pulpiti mendaci mi toccò subire
l'incalzare di motteggi e lusinghe
l'arroganza
di fetidi sorci,
riaffiorati
imbaldanziti dalle fogne,
col velleitario proposito di redimermi,
per godere a mio ludibrio
della definitiva mia sconfitta
A sangue mi morsi allora le labbra,
finsi di supplicare che mi venissero risparmiate
le malefiche voci
che astutamente consigliavano
di fare come i tanti
"Perché insistete a tentarmi?", ripetevo a quei vili,
allorche mi succedeva di sentirmi simile a un morto
la cui l’anima era rimasta appesa al colle di S. Libera.
Ma bastò poco a farmi comprendere
quanto stoltamente mi fossi lasciare sedurre
dall’idea che ci spettasse di diritto
l’onore di una sepoltura all'ombra di un bel fiore.
La crudele lezione m’insegnò
che il mio premio io l'avevo già avuto,
consisteva nell'esserci stato.
Preso da un impeto di rabbia reagii:
"Ebbene, compari!”, ad un tratto ghignai.
“F
acciamo pure come voi dite,
andiamo avanti a modo vostro,
manipoliamo abilmente le carte,
facciamoci fessi l'un l'altro
e ripaghiamoci con una pacca sulla spalla
E’ tutto qui
il bello che sapete proporre
Su:, recitatemi le vostre litanie
cercate se vi riesce di spezzare
la ferrea legge
che da sempre mi guida,
fatta di disprezzo per l'arroganza del ricco,
quanto per la servile viltà del povero.
Entrambe mi sono odiose!”.
Ma dato che vile io non sono mai stato
mi sono sentito all’improvviso invogliato,
per semplice curiosità e ripicca,
d’accettare l’ignobile sfida.
In faccia ai bricconi dalla sdolcinata loquela
mi proposi di smascherare l’ipocrisia,
di una società impiantata su fondamenta marce.
“Avanti!”, pronunciai. “Mostratemi le vostre malizie
in modo che possa stare al vostro gioco
e all'occorrenza superarvi in perfidia.
Per vostra sfortuna io posseggo
un'arma tagliente,
bene affilata.
propria di chi ad occhi aperti è sempre vissuto
e da sé ha saputo togliersi le cateratte
come si tolgono le tonsille
ai giovani nati.
Combatterò in questo modo la mia nuova battaglia:
pugno contro pugno,
il palmo vedrà raramente la luce.
Alla vostra maniera affronterò i vostri inganni,
parerò le vostre insidie,
vi farò pentire d’avermi umiliato!”.
Senonché, presto m'ha preso il disgusto,
mi sono sentito la bocca avvelenata.
In quell’assurda contesa una certezza prevalse:
che non ci provavo piacere.
Il dolce sapore del frutto proibito
mi aveva irrimediabilmente contagiato.
Il gustoso suo aroma mi era sceso in gola
tingendomi di rosso le labbra,
sprizzandomi per intero sulla barba.
Fu a cagione di questo inguaribile difetto
che mi toccò sempre
d’essere bandito,
cacciato dal consesso dei normali,
vituperato dalle beghine di chiesa,
posto all'indice dai diti puntati,
tenuto a bada da fantocci vestiti da grillo,
inseguito dai fulmini di scranni togati.
All’apice della lotta ancora resistevo,
ma all'improvviso
mi sono venute a mancare le forze,
per colpa dei miei denti rimasti da latte
destinati a cadere al primo impatto.
Allargando le braccia, ritenni a quel punto di dovermi muovere il rimprovero,
di non aver saputo quand’ero in tempo
mordere fino fondo
il torsolo, compreso il picciolo.
Purtroppo,
non ci era stato spiegato
quanto tremebonda e piccola cosa fosse
dell'umano l’anima.
Se l’avessimo saputo, forse ugualmente avremmo ottenuto
non più di
un modesto vestito di foglie,
bastante però a riscaldare un cuore grande
e una mente illuminata,
in grado di far camminare più dritto.
Incuranti del disagio procurato,
approfittando del torpore all’improvviso subentrato,
i fintoni dal magniloquente gestire,
non ebbero pietà del mio stato.
Data una sbirciata di sottecchi,
un colpo di gomito sui fianchi,
proseguirono imperterriti:
"Fatti furbo, non stare a badarci.
Fa’ come noi: mangia e bevi, ingozzati più che puoi!.
Chi del Sol dell'Avvenire più si cura?.
Per scoprire che cosa si nasconde
al di là delle colonne d'Ercole
non vale la pena affaticarsi:
ci sono gli oracoli a rispondere a tutto,
finché
il coro suggerisce parole ammodo!”.
Frastornato dai ragli stonati
che non cessavano di riempirmi la testa,
una smisurata voglia di ridere mi prese.
Sentii le viscere aggrovigliarsi.
"Perbacco!”, esclamai, “questi sì che se ne intendono!
Si credono più furbi
perché nella pentola del brodo
entreranno come capponi un poco più grassi!".
“La dignità, i valori della vita?
Puah! Roba da soffitta!”,
il malandrino mi sbeffeggia.
Ancora con queste schiocchezze vi trastullate figlioli?
Il sant'uomo si frega le mani:
Schiocchini, schernisce il fingardo
non v'accorgete a quanto pochi
v'abbiamo ridotti?
A quelle crude parole scorsi
la luce appannarsi:
e le lacrime innondarmi a fiotti le guance.
Disfatto, mi sorpresi a invocare,
la grazia d’una caritatevole morte,
in grado di spegnere le ingannevoli visioni.
Ma, all’ultimo, per non darla vinta a quei ribaldi,
non volli lasciare ad essi l’ultima parola.
“
Voi, malefiche creature!”, dissi.
“Prestatemi attenzione un attimo:
non credetevi fortunati,
superiori all’intero mondo,
solo perché vi è permesso scialare,
godere a piene mani,
senz'essere mai stati generosi.
Mi consola pensare
che la sorte comune non fa sconti
e la polvere che secca le ossa
attende anche chi andrà a giacere tra i marmi.
Magra consolazione, rispondete? Può darsi!
Ma io lo dico lo stesso,
a voi tutti generati da infido ceppo
.
Col vostro oro potrete comprarvi
lugubri serti di rame intrecciato
diademi che non mandano profumo.
Siano pur essi usciti da mano d'abile artista
sempre spenti e glaciali saranno
come la vostra esistenza
tracciata
su tetro ed incolore metallo”. .
CONCLUSIONI
Il ronzio delle api
e lo sventolio delle farfalle
rimembrano che la vita è vanità che passa:
non rimane ricordo degli antichi,
né di chi ha creduto
di valere più degli altri.
Colui che ha sofferto va di fretta,
scruta inquieto e procede in avanti.
Nei suoi pensieri un sogno primeggia:
veder spezzare gli idoli ed abbattere le grandi statue;
gettare nella fossa dei rifiuti
le marciscenti spoglie di re e di santi..
Quel giorno segnerà la fine dello sprezzo per i semplici,
il candore degli umili cesserà d’essere paragonato,
alla risibile disponibilità degli idioti
,
dei quali farsi beffe a bocca larga sulle piazze.
Ed ora, per finire, a voi sapientoni, esperti in volteggi da scimmia,
un’ultima cosa ho da dire: Toglietevi
dalla testa
che possa diventare dei vostri.
Io non sono fatto della vostra viscida pasta,
perché possa scordarmi
gli innocenti che avete perseguitato
per aver osato violare l’iniqua proibizione
di sognare l'amore reso impossibile.
A costo di deludervi,
continuerò ad esaltarmi
del lento sospiro
degli amanti
dai corpi sudati nell'amplesso;
di stupirmi d’ogni sbocciare a primavera
dei teneri germogli sugli alberi,
di ascoltare il cinguettio dei passeri tra i rami
ed ammirare il sole
che fa tremare
le vostre stupide facce di cartone.
Aldo Todesco