PARTIGIANO
Partigiano è un nome che evoca ideali carichi di significati etici, morali e commovente poesia.
Una democrazia armata sul modello svizzero, guidata dallo spirito di giustizia e fratellanza che animava i giovani accorsi spontaneamente sulle montagne a combattere per la Libertà, era, forse, la condizione indispensabile perché il nostro arretrato e sfortunato Paese potesse veramente avviarsi sulla strada di una rinascita morale e civile, in grado di liquidare il marciume accumulato in secoli di corruzioni, incapacità e oscurantismo culturale.
Il partigiano, le cui formazioni si è avuto una fretta indiavolata di disarmare e disperdere a guerra appena finita, non ha ricevuto i riconoscimenti che meritava. Calunnie, emarginazione e persecuzioni sono state il trattamento riservatogli. Dagli impieghi pubblici i partigiani sono stati tenuti lontani con vari pretesti e al loro posto sono stati reintegrati, con tanto di arretrati di stipendio, squallidi personaggi compromessi col passato regime, già epurati per collaborazionismo col nemico. Per compiere la vergognosa impresa di espellere i partigiani dai ranghi della polizia, le autorità governative si sono servite di un generale dei carabinieri che durante il Ventennio aveva coperto importanti incarichi nell’O.V.R .A..
Significativo a questo proposito è quanto viene detto nell’introduzione all libro, Guerra Partigiana, di Dante Livio Bianco (pag. XIV): In Italia “si è costruita la democrazia su fondazioni fasciste e oggi scopriamo che il fascismo è nello Stato fin dal 26 aprile ‘45”.
Unico compenso per il partigiano è stato aver avuto nei duri mesi di lotta sostenuti, compagni straordinari, di tempra eccezionale, coraggiosi e disinteressati oltre ogni limite, incuranti del terrore e delle privazioni cui erano sottoposti da parte dei tedeschi e dei loro aiutanti fascisti.
Dal partigiano, la libertà non ha nulla da temere. Con sacrificio e pagando sempre di persona, il partigiano si è dimostrato un affidabile custode dei princìpi democratici; naturalmente, non come vengono ipocritamente sbandierati dai demagoghi, ma come li intendono le persone semplici e oneste.
Il partigiano non conosce gli intrighi della politica, né è uso ricorrere alla menzogna per far valere le proprie convinzioni. Quando era necessario, non ha esitato a mettere a repentaglio la propria vita, pur di contribuire alla cacciata dei tiranni. Combattendo la dittatura si è confermato un impegnato sostenitore dei diritti umani.
Al contrario, sentimenti e aspirazioni analoghi non trovano posto nell’animo del fascista. Quando è chiamato a scegliere, il fascista si schiera sempre dalla parte dell’autoritarismo e della sopraffazione. Il fascista ha il culto della violenza, e lo ha dimostrato iniziando col massacro sotto i portici del castello di Ferrara la caccia spietata a quelli che chiamava banditi, perché non volevano piegarsi all’occupante straniero.
Mettendosi al servizio dei nazisti, il fascista ha compromesso il popolo italiano agli occhi della nazioni democratiche. Secondo gli accordi interalleati, per aver contribuito a provocare la guerra l’Italia avrebbe dovuto essere punita come Stato aggressore, con la cessione alla Jugoslavia del suo territorio fino al fiume Tagliamento, col passaggio del Piemonte sotto amministrazione francese (il che avrebbe consentito alla Francia di annettersi tutta la Val d’Aosta e le alti valli alpine abitate in prevalenza da popolazioni di lingua francese). Per quanto riguarda il resto del territorio, il Paese avrebbe dovuto essere diviso in due zone, come avvenne per la Germania: il Nord sotto occupazione inglese, il Sud sotto occupazione americana.
Se alle trattative di pace di Parigi De Gasperi è riuscito a cambiare queste severe condizioni, è perché ha potuto portare a credito dell’Italia le lotte e i sacrifici dei combattenti antifascisti. E’ facile immaginare con quale risultato sarebbe uscito dalla Conferenza di Pace se avesse avuto da esibire soltanto la lista delle imprese compiute dalle brigate nere, dai criminali della Muti o della X° Mas.
In tutto il corso della guerra al partigiano è capitato di dover uccidere in difesa, mai per sfogare istinti sanguinarii simili a quelli che allignavano nei cuori crudeli dei suoi nemici. Gli incendi dei villaggi di montagna e le uccisioni di innocenti per rappresaglia erano opera dei traditori fascisti, quando risalivano, insieme ali tedeschi, la vallate per compiere i rastrellamenti.
Il partigiano ha incominciato ad essere perseguitato a partire dal fallimento dell’epurazione, fallimento concertato da ministri infingardi e vecchi magistrati rimasti a guerra finita in carriera. Il paese ha imboccato da allora la strada della restaurazione di un regime burocratico, retrivo, specializzato in ladrocinii.
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Carcere Giudiziario di Milano: 15 dicembre 1949.
“Tanti come me sono qui, ho commesso un reato, sì, va bene, ma perché ho comesso questo reato? Se ci avessero dato o riconosciuto quello che ci aspettava, né me né tanti altri come me avrebbero nascosto le armi. Con quelle armi abbiamo conquistato una specie di libertà (ricordiamoci: una specie di libertà, perché se eravamo liberi oggi non saremmo in queste condizioni), che volevamo difendere per noi e in ricordo dei nostri morti. Invece ci buttano in galera, oltraggiano i nostri ideali, i nostri morti e tutto ciò che noi combattenti della libertà abbiamo di più sano e di più caro.
La democrazia italiana oggi onora i traditori, quelli che ieri ci sparavano alle spalle, e di noi? Di noi hanno paura, e per questo ci buttano in prigione...
(Da una lettera scritta ai parenti dall’ex partigiano Maria Angelo Magni).
QUASI-ELEGIA
Tanto vivere.
Perché?
Il sentiero è noioso
e non c’è amore sufficiente.
Tanta fretta.
Perché?
Per prendere la barca
che non va da nessuna parte?
Amici miei, tornate!
Tornate alla vostra sorgente!
Non abbandonate l’anima
nel bicchiere
della Morte.
Federico Garcia Lorca